Wallpaper

 

WALLPAPER

Street Art, Tirana [ Albania ], 2018

Incursioni artistiche, interventi di riqualificazione promossi dal comune di Tirana.

IMG-20180531-WA0013

TIRANA SU TIRANA

“ Oh oh oh oh and she’s buying a stairway to heaven…” – Led Zeppelin

Guardando ‘Tirana su Tirana’, i più vedono un disegno incompiuto. Allo stesso modo l’uomo guarda alla sua città come un progetto in divenire, un’opera da migliorare, perfezionare o stravolgere dalle fondamenta. Così la piccola facciata cieca che interrompe il marciapiede di Myslym Shyri, sempre affollato di genti assorte nei propri obiettivi, gioca con la realtà, portando il passante distratto a riflettere sui mondi possibili. La prospettiva continua con una città più e più volte analoga a se stessa, che cresce in verticale appoggiandosi sulla precedente. Così come l’umanità non può crescere verso il cielo, non può elevarsi dalla condizione terrestre, se non appoggiandosi sulle ‘spalle dei giganti’. E questi giganti altro non sono che sedimentazioni collettive di sapere. L’auspicio per la terza città, cui si accede solo con una stretta, ma preziosa, scala a pioli, è che sia una città dorata, frapposta al cielo azzurro come in dipinto sacro.

2

 

ARMONIA

 

Quante storie si possono vivere in un giorno e mezzo?

Beh, di certo ognuno ha la propria. Ma io posso raccontarvene due. Perché si sa, le storie di ogni giorno portano con sé spesso frammenti di altri giorni di vita, anche se non sempre c’è ne accorgiamo.

La prima è una storia che non c’è, una di quelle storie che si vive ad occhi chiusi stesi nei propri pensieri. Una storia che parla di cavalli, prima uno marrone infuriato, poi uno nero e calmo, poi un altro bianco, ferito e steso a terra…e poi di una mandria di cavalli all’impazzata che corrono guidati da un indiano dai capelli lunghi e neri. Una storia racchiusa in un recinto cinto da una linea immaginaria, il filo sottile che racchiude il limite ed il confine tra quello che stra “tra” e tra tutto il resto. Delle mani nude si avvicinano fino a che le dita fanno pace con un fiocco, sciogliendo il nodo. Un punto di indiano, seduto a terra, diventa allora cerniera di un vortice di cavalli che disegnano zoccoli di spirale nel terreno rosso. Un punto saggio accompagnato da un cane e da un cavallo, un altro cavallo. Un cerchio segnato nella terra. Uno sguardo al cielo e uno alle mani che di getto distruggono ogni confine che sta “tra”. Un amico fedele si sposta, staccandosi dal suo mentore. Il vortice si spezza. Il perno della spirale vola via, diviene anch’esso cavallo, diviene occhi e poi sguardo. Rimane a terra solo una piuma di fagiano, marrone chiara, striata con il bianco come spina dorsale. Un tuono rompe il silenzio, il cosmo borbotta e la libertà si infuria. La terra trema e la piuma da terra torna ad essere cielo. Il caos regna come ogni tempesta prima della quiete. D’un tratto poi il cielo si placa e la terra pure, scompare il tamburo ritmato degli zoccoli. I puntini con le criniere vagano, fluttuano, pascolano ciascuno nel suo percorso. Ciascuno trovato il proprio centro si siede. Punti marroni divengono tanti fossili a terra, il respiro si fonde tra cielo e terra trasformandosi in uno. La quiete è tornata. Punti dalle gambe lunghe si alzano, ciascuno col suo nitrito, ciascuno preso dalla propria traiettoria va. Punti a forma di linea, di spirale, di cerchio, a forma mossa o fissa, punti impazziti tornano ad essere un foglio rosso. Lo sguardo vede, un ritaglio di terra senza confini. E saluta col sorriso la sua venuta. Gli occhi si aprono, ma i cavalli, l’indiano, la piuma, il cane, il filo, la terra rossa e tutto il resto rimane vivo. Ciao cara Armonia.

Poi, c’è un’altra storia, quella che è racchiusa in un numero di ore che possono essere contate. Facciamo una ventina di ore, orario italiano, senza fusi. Si perché l’Albania non ha variazioni rispetto a noi Italiani. Sai? Si, l’Albania e soprattutto gli albanesi, ho scoperto, che hanno proprio il nostro tempo, non quello dettato da Greenwich e descritto da spicchi di anguria. Il tempo della vita e del vivere, intendo. Respirano, pensano e vivono proprio come noi, italiani, una cosa semplice e scontata ma riscoprirlo davanti un muro è stata una cosa incredibile. Chi l’avrebbe detto che un muro potesse essere un crocevia di storie così lontane e ritmi così diversi? chi l’avrebbe mai detto che un tunnel potesse mai essere non un tunnel che separa ma che unisce?! Beh, allora vi racconto questa storia. La seconda. Questa è una storia che esiste, anche se è già esistita e ora rimane dipinta in un muro 13 metri per 5, sotto un tunnel di Tirana, davanti un piccolo negozio kebab e una piccola bottega di pane. Non avevo mai pensato alla relazione che poteva nascere tra te, individuo, e un muro. Apparentemente il muro è un fatto concreto, direi materiale e freddo, non un essere vivente. Insomma, non è che un muro possa parlare e possa esprimere la sua, tanto meno può esserti troppo di aiuto quando ti ritrovi piccolo davanti ad un muro mille volte più grande di te. Ma se lui non è proprio il massimo dell’interlocutore, il tunnel con il suo vento che passeggia, lo è per lui. Complice h24, e con lui i passanti e gli amici che sotto ogni giorno ci camminano, ciascuno per motivi diversi. Dico passanti e parlo di amici perché ho scoperto che in meno di un’ora il divario tra la nomenclatura di passante e amico può scomparire anche se il passante che diventa amico non parla la tua lingua e per voi la comunicazione è affidata dall’istinto tramite gli occhi, le mani e la bocca. Praticamente la guerra tra me, il muro e poi i passanti amici, è nata come le tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo, ma al contrario. E’ impressionante quanto a volte non serva davvero dare volume alle nostre parole o ai nostri pensieri, quanto non serva davvero dare forma reale ai nostri pensieri, se si hanno chiari, quanto sia banale raccontare le cose come sono, e quanto invece sia importante e necessario, a volte, lasciarsi solo trasportare da quello che per tutti, in ciascuno di noi, è uguale, l’istinto primordiale. Calamita di altri tempi, saggio e prezioso nonno per ciascuno di noi. E così, il disegno che vedete su di un muro non è il disegno che è sul muro ma è questa storia che qui sotto tento di descrivervi come un story telling fatto per frammenti di vite, non di vita, perché questa storia non è solo la mia, ci tengo a sottolinearlo. E’ la storia di tutti quelli che sotto quel tunnel in questa ventina di ore, ci sono passati, anche solo per dire “great”, o qualche parola in albanese che non ho ancora ben capito o anche chi è solo passato ignorando tutto quello che stava accadendo e che ha semplicemente rischiato i vestiti per il disordine dei colori, o la vita per i pennelli usati come asce di una guerra fatta in pace.

La storia racconta di un’idea fatta di linee rette, due colori, il blu smeraldo e il colore tortora, e un a linea verde di piante sospese attaccate ad un muro. Un muro di tribali, in cui le geometrie delle regole si fondono con antichi simboli con gli spigoli, come totem che si allungano via via nel cielo, perdendosi. Una bambina di cinque anni, Erki, dalle mani della fantasia. Un signore scuro di carnagione bravissimo a cogliere i momenti in cui le geometrie rette chiamavano il loro riempimento, specialmente quando a farlo c’era di mezzo il piccolo rullo. Un Dio, Un, Dio della precisione , del fondo e dell’alto, Dio musulmano degli antipodi, aiutato dal suo assistente, fedele amico Aldo che in silenzio fuori orario di lavoro ha rischiato di perdere i suoi minuti pensando di potere essere comunque utile a qualcosa, quando il suo compito era già stato compiuto. Un’ artista, una pittrice energetica e dai capelli rossi che invece di dire “disegno” ha detto “io disegno solo cosa vuoi che io disegni per te e per noi oggi, perché io oggi sono solo altra proiezione delle tue mani”. Un artista primitiva, come primitivo doveva essere il quadrato profondo, uno scarto dalle regole, uno stacco, una porta verso la spontaneità, l’espressione libera di tutto quello che pensavamo di non essere fino a due minuti prima di averlo fatto. Una pittrice come un’insegnante di vita, Adriana, come il nome di mia nonna, con un’ amica professoressa di spagnolo, Anastasia. Un’ insegnante che ama l’arte e la poesia senza la quale le scritte non avrebbero mai parlato con il muro. Un cerbiatto cola bianco dal collo. Una piuma di un gufo che non c’è diventa contenitore ideale, i vuoti si fanno luoghi per sporcarsi i guanti e anche le mani, un cavallo urla libertà. La scala si fa alleata e anche il cosmo, arrivano sigarette, caffè americani con acqua fredda, ciliegie, stracci, colori, e soprattutto, tanto affetto e collaborazione spontanea: bella cosa quando si incontra per strada la Condivisione. Una poetessa dalla Spagna scrive. Una coincidenza o il caso, non un caso, chissà. Una poesia in spagnolo compie gli anni il 29 Maggio 2018, a cinquanta anni dal ’68, solo per il muro e solo per quel muro in via Mhyslym Syiri: ” Grazie all’aquila per le ali”. Metri di misura, scalini su scalini, piegamenti su piegamenti, tirate di muscoli e tante pause di contemplazione, comunicazione sottile tra il muro e il pensiero. Un’anziana artista che ama lavorare con il riciclo, che vive di gufi e con i gufi, perché gufo è la saggezza, passa e si ferma, presa dalla sua convinzione di non sapere disegnare se ne va e torna con un guardiano, un gufo di carta protegge la magia del quadro facendosi scudo in una linea di piante dal coccio bianco. Un segno molto più importante porta: un centrino tipico della tradizione albanese, la pancia di un gufo disegnato, suggestione notturna di un altro amico dagli occhi blu. Parole e suggerimenti altri, il padre di Erki, grande traduttore tra me e la mia piccola me con la lunga treccia bionda : il collo di un ritaglio di volto diventa un albero di mani. Una piuma di fagiano vola via in un cielo stellato fatto di punti bianchi. Un frammento di cavallo da schizzo si fa muso, da muso si trasforma in albero della vita che invade il mondo, una donna contadina, umile nella sua tradizione, emerge da una criniera. Un albero da tronco spezza le sue regole e da vortice si trasforma, accettandolo, così, in cigno.

Eh. Grazie a tutti voi che avete fatto di questo quadro una storia e non solo un pezzo di muro, a tutti quelli che anche con un sorriso hanno contribuito a farci sentire non sotto un tunnel ma nel salotto di una casa, una grande casa, senza barriere e culture. Infondo l’idea era di creare uno spazio interno all’esterno. E’ vero.

Ah.

Perché voi lo sapete poi qual è il significato della bandiera albanese? l’Aquila a due teste? Una guarda a Bisanzio e l’altra al lato del mondo opposto. Crocevia di tutte le culture, tunnel delle religioni, punto di incontro tra Oriente e Occidente:

“GRAZIE ALL’AQUILA PER LE ALI” e grazie ad ERKI PER IL CIGNO

CIAO, ARMONIA.

CI VEDIAMO PRESTO.